Il Folclore

La medicina popolare; la fine della vita

La medicina popolare a Manziana traeva origine dal Viterbese, dall’Umbria e dall’Appennino marchigiano-abruzzese, e in qualche caso ricordava gli antichi suggerimenti dell’Archiospedale del S. Spirito. La figura femminile aveva un ruolo preminente nell’esplicazione delle pratiche mediche, nelle quali si seguivano due intendimenti principali: non operare in conflitto con la medicina ufficiale, per quanto si poteva, e non accogliere le richieste di chi cercava l’impossibile, specie se con una commistione incontrollata di fede e magia.
L’uso delle erbe era frequente, specie nei decotti depurativi (Bevanda della Primavera); corteccia di agrifoglio bollita e infuso di bacche di ginepro andavano bene contro la febbre. Alcune radici simili ai ravanelli combattevano la tosse convulsa e i disturbi della prostata, mentre i germogli di rovo, macerati, davano sollievo alle emorroidi. Con la scorza dell’olmo o le foglie del barbaraschio si disinfettavano tagli, ferite e abrasioni; ascessi, lividi e porri prevedevano empiastri mirati. I dolori muscolari fra le costole e lo stomaco venivano curati - qualche anziano li cura ancora oggi - con una fasciatura semirigida intrisa nella “chiarata” (miscuglio di chiara d’uovo, polvere di incenso, farina e sale). Per il torcicollo risultava efficace l’olio ferrato (olio scaldato in un pentolino di rame, nel quale veniva poi immerso un ferro rovente).
L’elemento magico-religioso traspariva nella cura della colite, delle ustioni e degli orecchioni: erano frequenti le “segnature” di croci, accompagnate dalla recitazione di formule adatte; in particolare, per gli orecchioni, veniva tracciato sull’osso mastoide il “nodo di Salomone”. Le “segnature”, comunque, non erano effettuate con la fede nuziale d’oro, come avveniva invece nelle zone interne della penisola.
Una figura importante era poi quella del "conciaossi", persona che con l’uso sapiente delle dita, delle mani e dell’olio di oliva riduceva le sofferenze nel caso di distorsioni, strappi, lussazioni e stiramenti.

Due parole sul senso della morte. Le eredità culturali e folcloriche sono ormai sfumate nel tempo, e non risultano quindi facilmente ricostruibili. Ma c'è ancora qualcosa da ricordare.
La figura femminile, anzitutto, cui era demandato il compito di preparare il giaciglio funebre. La donna gestiva la famiglia all'interno della casa e assisteva i malati; era lei, quindi, a trasformare idealmente il letto di morte in una nuova culla verso l'eternità.
Poi, l' "involtino". Era un sacchetto in cui il defunto - quando era ancora in vita - aveva preparato i vestiti per l'ultimo viaggio.
E i 'panni dei morti'. La notte dopo il decesso, venivano lavati al fontanile i vestiti indossati dal defunto al momento del trapasso; era una sorta di purificazione rituale.
Dopo il funerale, rigovernata la camera in cui era spirata la persona, per alcuni giorni "non si poteva scopare in terra per le altre stanze: era un gesto di malaugurio, significava portar via tutta la famiglia".
Ancora, i guaiti e i latrati con cui diverse volte i cani anticipavano il trapasso di una persona di famiglia; questa testimonianza, a Manziana, è fornita come dato oggettivo, non legato al mondo della superstizione.
Infine, solo nei ricordi più lontani (non posteriori agli anni '30-'40) appare evidente come le sofferenze maggiori venissero causate dalla morte di individui fra i 10 e i 60 anni. Individui cioè inseriti nei ritmi consuetudinari e produttivi della comunità: la loro scomparsa causava - secondo i codici delle tradizioni popolari - un 'disordine' economico-sociale assai rilevante.









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